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Proposta di copertina del rapporto Sostenibilità condivisa, esempio di storytelling d'impresa

Storytelling dei tentativi falliti

Se “sostenibile” è una caratteristica che può dare un orientamento alla crescita e non un aggettivo con cui etichettare le organizzazioni, allora gli errori sono all’ordine del giorno, come lo sono naturalmente quando fai impresa. Gli insuccessi legati alle proprie strategie di sostenibilità, a dispetto di quanto si può pensare, sono spesso la cosa più vera che un brand ha da dire.

La tendenza è quella di superare la cosa in silenzio, per non dare un’immagine debole del Brand su temi così delicati, perché il bilancio di sostenibilità deve somigliare a una passerella e non a un cantiere. Può darsi, però, che buttiamo via qualcosa che avrebbe coinvolto davvero i nostri stakeholder.

Non ci crede quasi nessuno

È un dato. Secondo una ricerca promossa da Centromarca  e condotta da SWG su duemila italiani racconta una cosa che dovremmo tenere ben a mente quando facciamo comunicazione su temi ESG e più in generale: solo il 28% dei consumatori pensa che le grandi marche documentino il proprio impegno in modo serio e concreto. Il 44% lo considera marketing per conquistare un vantaggio competitivo. L’altro 28% lo legge come un obbligo per non uscire dal mercato.

Fai la somma. 72%.

Sette persone su dieci che, davanti alla pagina sulla sostenibilità di un brand, pensano che ci sia tanta messa in scena.

Però, lo stesso studio dice che il 69% degli italiani è convinto che la sostenibilità, se ben interpretata e comunicata, sia un vantaggio competitivo per la marca.

Quindi, non è la sostenibilità a non funzionare. È il modo in cui la raccontiamo.

Come si racconta un tentativo fallito

Come primo punto, non bisogna attivare quella sorta di umiltà performativa che si annusa a chilometri.

Si tratta di condividere un processo e i motivi per cui non ha funzionato in modo da mostrare anche gli aspetti positivi che restano, con la massima trasparenza.

Dire: “il monomateriale che avevamo scelto non reggeva per il packaging, stiamo testando due alternative” esprime competenza.

Si capisce che il problema lo si conosce bene. E questo aspetto è un intangibile che chiunque abbia mai lavorato in un’impresa coglie al primo colpo. Ed è qualcosa che il consumatore accetta, perché umanizza il prodotto.

Il silenzio che fa danni, l’errore che aiuta

La prima azione difensiva quando qualcosa non funziona è tacere, soprassedere, è il green-hushing, la paura di dire per non sbagliare in termini di reputazione. Ma è un danno vero: azzera il ritorno di investimenti fatti, lascia spazio a chi comunica peggio ma comunica. In questo caso un buon racconto di tentativi falliti è la via d’uscita dal ricatto tra dire troppo in modo autoreferenziale e non dire niente. Un buon racconto, seppur di un fallimento, mostra consapevolezza, credibilità, competenza, sicurezza delle proprie scelte. Non c’è chi non vede il vantaggio di un’ipotesi di questo tipo.

Domande frequenti

Secondo una ricerca promossa da Centromarca e condotta da SWG su duemila italiani, solo il 28% pensa che le grandi marche documentino il proprio impegno in modo serio e concreto. Il 44% lo considera marketing e un altro 28% un obbligo per restare sul mercato.

Nella stessa ricerca il 69% degli italiani ritiene che la sostenibilità, se interpretata e comunicata bene, dia un vantaggio competitivo alla marca. I dubbi dei consumatori riguardano il modo in cui le aziende la raccontano.

L'azienda descrive il processo, i motivi per cui non ha funzionato e quello che ne resta di positivo, con trasparenza e senza umiltà di facciata. Chi scrive una frase come «il monomateriale che avevamo scelto non reggeva per il packaging, stiamo testando due alternative» dimostra competenza.

Il green-hushing è la scelta di tacere quando un progetto di sostenibilità non funziona, per paura di danneggiare la reputazione. Chi tace perde il ritorno degli investimenti fatti e lascia spazio ai concorrenti che comunicano peggio.

Quando un'azienda racconta un tentativo fallito, dimostra di conoscere bene il problema e di aver fatto le proprie scelte con consapevolezza. Il consumatore accetta un errore dichiarato e percepisce il prodotto come più umano.

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